Un bambino col triciclo

Un bambino col triciclo

Ieri ho incrociato un bambino col triciclo. Stavo andando a fare la spesa e nel breve tratto che separa casa mia dal supermercato ho incontrato una mamma con un bimbo di non più di tre anni. Il bambino cavalcava un minuscolo triciclo. Sia lui che sua madre indossavano una mascherina, unici abitanti di una strada giustamente deserta.

Probabilmente li ho incrociati mille altre volte prima dell’emergenza. Magari erano frequentatori dello stesso parchetto, loro lato piccoli, noi medi e grandi.

Quell’insolita, per questi tempi, coppia mi ha fatto una gran tenerezza. Ho immaginato per un secondo soltanto come sarebbe stata questa “clausura” se i miei figli fossero stati più piccoli. Avrei voluto dire “con un bimbo così piccolo deve essere dura” ma avrei dovuto farlo a voce troppo alta per farmi sentire e capire sotto la mascherina. Oppure avrei dovuto violare la distanza di sicurezza. Nessuna delle due ipotesi mi è parsa saggia.

Mi sono limitata a un sorriso e a uno sguardo. E mi sono sentita in imbarazzo. Ho temuto che quello sguardo e quel sorriso potessero essere scambiati per un cenno di disapprovazione o peggio ancora come un’accusa o qualcosa di simile.

Ho paura del covid-19, forse meno di altri, ma ho paura. Ho paura di essere veicolo inconsapevole di un virus che sta mettendo a dura prova il servizio sanitario nazionale e, sta uccidendo tante persone. Ma temo anche il clima di sospetto, di giudizi trancianti, di dita puntate che si sta portando dietro. Temo quel “irresponsabile”, “egoista” piazzato in faccia, o anche solo urlato sui social, a chiunque metta il naso fuori di casa.

Dietro a quel sorriso c’era la consapevolezza di non sapere niente di quella coppia che ho incrociato per strada. Da quanto tempo non uscivano? Da cosa era stata preceduta quella piccola passeggiata sotto casa? Hanno un cortile o almeno un balcone? Era davvero una passeggiata o stavano andando a fare la spesa esattamente come me? In questo caso, quella mamma avrebbe potuto lasciare il bambino con qualcuno? Non lo so e non posso saperlo.

Non so se sia giusto chiedere al governo di inserire norme specifiche rispetto ai bambini. Non so neppure se il bisogno di “uscire” sia più nostro o dei nostri figli. Magari una risposta unica a quest’ultimo dubbio non esiste.

L’unica cosa che penso di aver capito è che questa epidemia mi sta sbattendo davanti agli occhi le differenze. Quelle macro (le diseguaglianze sociali) ma anche quelle micro.

Prima di questa emergenza, non lo nego, ho usato “la passeggiata” per allentare tensioni, mie e loro. E pure per permettere alle grandi di fare i compiti senza che il piccolo rompesse troppo. Ora non posso farlo, ho escogitato “strategie” alternative. A dirla tutta, i miei figli sembrano tollerare l’impossibilità di uscire meglio di me.

Non sto invocando alcun diritto alla passeggiata. Sto solo cercando di immaginare quali siano le ragioni che possono spingere una mamma o un papà con un bambino, magari piccolo, a fare due passi sul marciapiede davanti a casa. E se torno con i ricordi a quando i tre erano under4, riesco a immaginare tante situazioni in cui l’impossibilità di uscire avrebbe potuto mandarmi in crisi.

Tornando alle differenze, ne sto osservando davvero tante, anche semplicemente tra la mia cerchia ristretta e composta, per lo più, di persone che non fanno fatica a mettere insieme il pranzo e la cena.

Stando alla sola possibilità di “mettere il naso fuori di casa”: c’è chi ha un balcone e chi no, chi, come noi, ha la fortuna di avere un cortile condominiale, chi ha il giardino. E c’è pure chi ha il cortile ma non può utilizzarlo, neppure a turno, perchè “i bambini fanno rumore” oppure perchè si è preferito lasciarlo impraticabile proprio per evitare che i bambini, tutti o solo alcuni, ci giocassero anche in tempi meno grigi e bui di questo.

“Il naso fuori di casa”, ovviamente, è solo un esempio, probabilmente banale. Non posso non pensare che ci siano bambini in pericolo nelle loro stesse case o costretti a vivere in situazioni ancora più precarie di quelle che vivevano prima della chiusura delle scuole. Questo, però, è davvero un altro tema.

Insomma, casa mia e le nostre avventure-disavventure non possono essere un metro valido per puntare il dito contro nessuno. E credetemi, parlare delle difficoltà quotidiane o immaginare quelle altrui non vuole essere un modo per sminuire le sofferenze, le fatiche, il dolore di chi sta patendo la malattia, attraversando il lutto, o lavorando, non senza rischi, nelle corsie degli ospedali. (Ma questo, lo ha scritto molto meglio Maddalena di Pensieri Rotondi)

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