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14 settembre 2020, ritorno a scuola

14 settembre 2020, ritorno a scuola

Il primo giorno di scuola è arrivato. Atteso come non mai in questo strano 2020.

Ieri il selvaggio era carico. Riusciva a stento a stare fermo. Guardava lo zaino come fino a qualche settimana fa ha guardato il gonfiabile gigante che non abbiamo comprato. “Ma allora domani vado a scuola?” ha chiesto a intervalli regolari. Come se quello zainetto in corridoio fosse la conferma che neppure le incursioni in cartoleria dei giorni scorsi erano riuscite a dargli.

Gli abbiamo spiegato che non potrà scambiare matite-gomme-temperamatite con i compagni. E lui era felice perchè questo sarà l’anno in cui inizierà a usare la penna. Gli abbiamo detto che dovrà usare la mascherina ogni volta che si sposterà dal banco, che i banchi saranno singoli e il posto sullo scuolabus fisso (in realtà quello era già fisso lo scorso anno, ma quest’anno ci sarà un numerino a sancire la cosa). E lui guardava come un oggetto misterioso, quasi salvifico, il tappettino da campeggio che servirà per le lezioni all’aperto, nel grande giardino della scuola diviso in settori.

E intanto la chat di classe continuava a sfornare in formato di messaggio i dubbi e le perplessità di noi genitori. Preoccupati in fin dei conti lo siamo un po’ tutti. Chi per le regole troppo rigide, chi per i possibili bug di un protocollo che potrebbe risultare meno efficace di quanto vuole sembrare. I “se” e i “ma” si perdono nonostante i regolamenti letti e riletti.

Il selvaggio ieri era felice. Ed era felice stamattina quando, dopo avergli fatto vedere per la dodicesima volta la bustina porta-mascherina e la bustina porta mascherina di riserva, l’ho accompagnato alla fermata.

Mi ha ricordato una molla, una di quelle molle giganti vendute ai luna park e nelle bancarelle delle feste di paese. Saltano. Si allungano per poi tornare alla loro forma originaria e saltare di nuovo. E a volte si ingarbugliano e non saltano più, almeno fino a quando con pazienza non le hai rimesse a posto. E io ho paura che quella molla si inceppi. Che l’entusiasmo possa rimanere incastrato tra le maglie delle nuove regole. Però mi limito a guardare la molla saltellare allegramente e tengo per me le paure.

Ad uscire per prima stamattina, mentre io ripassavo con il pennarello indelebile il nome scritto su una borraccia, è stata la figlia di mezzo. Look impeccabile e zainetto nuovo. Per lei mascherina, banco singolo, gel igienizzante sembrano essere parte del nuovo pacchetto “scuola media”. Novità nella novità. L’attenzione è concentrata nel “poter finalmente andare a scuola da sola e fare la strada con un’amica”. Al segnale convenuto, il trillo del campanello, sparisce dietro la porta. Il papà la segue e lei lo lascia fare. “Tanto è solo per oggi”.

La grande, invece, borbotta. Sta pensando a come personalizzare il diario che quest’anno verrà distribuito dalla scuola. Uguale per tutti. Gli “uffa”- unici suoni comprensibili di certi monologhi-mugugno adolescenziali – non si contano.” Uffa, questa cosa del diario”. “Uffa…che rottura senza compagna di banco”. “Uff…ma fino a quanto durerà questa storia delle mascherine?”.

Uffa. Uffa. Uffa. Il brontolio è interrotto solo per rispondere ai messaggi vocali della chat di classe. E a ogni messaggio, lo sguardo cambia, almeno un pochino. Non lo dà a vedere, ma non vede l’ora di rivedere dal vivo i compagni e le compagne. Pure quelli che non sopporta.

Quando sente suonare il campanello, si fionda giù dalle scale. La terza media non aspetta. La scuola è cominciata. Nonostante tutto.

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