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Santa Rita (pensieri sparsi dopo una visita nel giorno sbagliato)

Santa Rita (pensieri sparsi dopo una visita nel giorno sbagliato)

Ieri mattina sono andata con il selvaggio a San Giacomo Maggiore, la basilica bolognese meta, ogni 22 maggio, di tanti devoti di Santa Rita. Mi aspettavo di trovare una situazione molto diversa da quella degli anni passati ma non di ritrovarmi in una chiesa totalmente vuota. Insomma, sapevo che non avrei trovato la folla degli anni scorsi e il via vai di persone con le rose in mano, ma la quasi totale assenza di esseri umani mi ha messo un po’ di tristezza.

Mi sembrava tutto così strano che ho fatto pure due chiacchiere con un agostiniano e girato qualche immagine da spedire in redazione a futura memoria di questo 2020. Solo a sera, mentre la mia rosa stava già da ore in un bicchiere giallo di Winnie The Pooh, mi sono accorta che il quasi deserto della mattina non era attribuibile al Coronavirus ma al semplice fatto di essere andata in basilica con un giorno di anticipo rispetto a quello in cui si fa memoria della Santa.

Non mi posso propriamente definire una devota della Santa dei casi impossibili ma nutro nei confronti di questa figura un’affetto familiare, che non so quanto abbia realmente a che fare con la fede vera. La mia mamma mi raccontava spesso la sua storia, nella versione appresa dalla nonna. La storia puntualmente, mi ricordava mia madre solo un anno fa, mi faceva piangere per la serie di sfortune e morti che la versione tramandata oralmente ricorda con dovizia di particolari. Una versione forse appresa da mia nonna durante qualche lezione di catechismo all’inzio del secolo scorso o forse appresa da sua madre secondo quei meccanismi di trasmissione orale che per secoli hanno tramandato storie e leggende tra le generazioni.

Rosa “di Santa Rita”

In ogni caso, ogni 22 maggio, da qualche anno a questa parte, non manco di andare a prendere le rose benedette nel cortile della basilica di Piazza Rossini, per poi fermarmi un po’ in chiesa dove il via vai davanti all’altare della Santa non sembra fermarsi neppure durante le celebrazioni.

San Giacomo Maggiore è una chiesa a cui sono passata accanto duemila volte, e forse più, durante l’università, ma in cui sono entrata “frequentemente” solo quando, per un mese, sono stata ospite di un’amica in piazza Verdi. Aspettavo il selvaggio e ogni luogo buio e silenzioso era quello giusto per mettere in fila i pensieri non sempre allegri che mi passavano per la testa. Quell’anno, il 22 maggio, comprai quattro rose : una per ognuna delle gnome, una per il selvaggio (all’epoca detto Tortellino) e una per la Lu. Gesto che ripeto quasi ogni anno. Ancora non so dire se si tratti di una qualche forma di devozione o di un qualcosa che ha più a che fare con l’affetto e i ricordi. L’importante è che nulla abbia a che fare con la scaramanzia.

San Giacomo Maggiore, statua di Santa Rita

Santa Rita e le rose

Comunque sia, in questi anni mi sono fatta una micro-cultura su Santa Rita, oggetto di una devozione popolare seconda, a detta di un sondaggio citato da Famiglia Cristiana, solo a Sant’Antonio da Padova. Beatificata nel 1627 e canonizzata nel 1900, visse a Cascia tra il 1381 e il 1457, anche se alcuni anticipano la data della morte di 10 anni. A 18 anni la giovane Rita venne data in sposa a un uomo, Paolo Mancini (alcuni parlano di Paolo di Ferdinando Mancini), noto all’epoca e ai posteri per essere un violento che non risparmiò angherie e maltrattamenti alla consorte.

Si narra che la donna riuscì a renderlo più docile e persino a convertirlo prima che morisse vittima di un agguato, probabilmente teso per ritorsione o per qualche lotta politica del tempo. I due figli della coppia erano decisi a vendicare il padre e la tradizione vuole che la futura santa pur di non vedere le sue creature macchiarsi di sangue, pregasse affinchè morissero. Quale che sia il motivo, i due morirono davvero,e ciò avvenne prima di avere avuto il tempo di vendicare il padre.

A quel punto Rita chiese di entrare nel monastero delle agostiniane, richiesta che venne prima respinta e in seguito subordinata alla riuscita di una “missione impossibile”: mettere pace tra la famiglia del marito e quella dei suoi assassini. La vedova – si racconta – entrò nel monastero a porte chiuse, accompagnata da Sant’Agostino, San Giovanni Battista e San Nicola da Tolentino. Davanti al miracolo – si dice – caddero anche le ultime resistenze delle monache che non la volevano in convento.

San Giacomo Maggiore, altare di Santa Rita

Non c’è statua o dipinto in cui non sia raffigurata con una spina o una ferita in fronte: si racconta infatti che visse gli ultimi 15 anni della sua vita con una spina della corona di Cristo conficcata in fronte. La tradizione delle rose sembra essere legata a un desiderio espresso poco prima di morire: Rita chiese alla cugina di portarle due fichi e una rosa, che la parente trovò, in pieno inverno, in mezzo alla neve.

Dubbi di una “mamma” contemporanea

Se da piccola la storia mi faceva piangere perchè “all’inizio morivano tutti”, cosa, peraltro consueta, anche nei cartoni animati dell’epoca, da grande la vicenda mi ha posto altre domande, “figlie” del nostro tempo. A me non passerebbe mai per la testa di consigliare a un’altra donna di cercare di cambiare un marito violento, piuttosto cercherei di convincerla a rivolgersi a un centro anti-violenza, fosse pure un’amica considerata esempio di fede e fiducia nel buon Dio. Eppure l’ostinata fede con cui questa donna del 1400 ha cercato di far convertire il marito non può che suscitare tenerezza. Contraddizioni? Forse.

Pure la storia della preghiera per la morte dei figli mi risulta difficile da digerire: da un lato è sicuramente qualcosa che ha a che fare con una fede fortissima, dall’altro appare umanamente una sconfitta, una richiesta dettata dalla disperazione di non saper cosa fare per non vedere i propri figli percorrere una cattiva strada.

Al netto dei dubbi e delle mie personali contraddizioni, però, resta, ai miei occhi, una figura capace di suscitare una grande tenerezza. Parola che sempre più spesso mi capita di associare alle “cose di chiesa”.

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